La necessità di una pedagogia famigliare, dialogo e gioco per una generazione umanista

relazione per esame di Pedagogia delle relazioni formative AA 2020/2021

Abstract: Non è automatico né facile diventare dei bravi genitori adatti al momento storico attuale e non si può delegare la formazione dei figli solo alla scuola o alla riproduzione dei modelli con cui si è cresciuti. L’ambito famigliare e virtuale devono arricchirsi di strumenti e idee per diventare luoghi di crescita, e il gioco e il dialogo attivo possono aiutare molto.


Nuovi genitori, vecchi modelli, diverso mondo

“Quando nasce un figlio nasce un anche un genitore”

Che esseri delicati, i bambini, che richiedono un periodo così lungo di accudimento e formazione, prima di essere indipendenti. Qualsiasi altro animale ci guarderebbe con interrogazione: “ma quanto è complessa la vostra società e il vostro cervello per richiedere così tanti anni, se noi dopo pochi mesi o addirittura settimane siamo già autonomi?”

Se non fossi diventato padre tredici anni fa, con un bis sette anni dopo, probabilmente ora non starei scrivendo queste parole e non sarei così preoccupato e interessato al mondo genitoriale.
Per quanto si facciano figli con crescente responsabilità e attenzione, una delle cose che si scopre diventando genitori è che non c’è un libretto di istruzioni, né una preparazione alla nuova esistenza in cui ci mutiamo, se non per qualche corso pre-parto che ha poco a che vedere con la pedagogia, sopratutto per noi padri.
Ci si accorge presto quanto il mondo sia cambiato da quando eravamo neonati noi: la società, i ritmi, le relazioni, le distanze famigliari, le pratiche e usanze. Lo notiamo anche confrontando quanto alcuni vecchi precetti ci sembrino assurdi (“non correre che sudi!”, “non salire sull’albero che ti fai male!”, “zitto e buono!”, “tu sei maschio e non devi vestirti con il rosa”), per non parlare dei temi sulla punizioni, sull’autorità, sulle ricompense, sull’imporre ai bambini i nostri modelli, il “confronto con gli altri”, il sembrare in ordine, la convenzione di andare in Chiesa. Poi accendi la televisione (sempre che la si abbia ancora) e trovi canali di cartoni animati 24h su 24, programmi che ai nostri tempi erano inopportuni lì in prima serata, per non parlare poi dei tablet/cellulari e devices vari che sono diventate le vere panacee per ogni situazione di scoraggiamento.
Lo spaesamento lo vediamo anche dai nonni/nonne che non si ritrovano più molto a loro agio, i loro modelli (a loro volta ereditati quasi manieristicamente dai loro genitori) suonano anacronistici oppure inadatti.
Ci danno ragione gli sviluppi della pedagogia e di tutto il corollario delle scienze umane (psicologia, sociologia, scienze cognitive) che negli ultimi decenni hanno ribaltato le precedenti concezioni. Anche la politica se ne è accorta, e cito giusto una data che mi ha impressionato: la carta internazionale dei diritti del bambino, che ne sancisce ad esempio il diritto al gioco, è del 1989!

Essere buoni genitori: una pedagogia minima

  • attento a dove vai
  • no, stai attento dove vai tu, papà, perché io seguo le tue orme.

Nel momento in cui si realizza quanto i figli imparino osservandoci, sopratutto quando non cerchiamo di insegnare loro direttamente qualcosa, potremmo iniziare a stare più attenti al nostro comportamento, magari domandandoci perché ci comportiamo o pensiamo in un determinato modo: “perché faccio così?” (lo so, domandarsi sul proprio pensiero è appannaggio della filosofia, ma non è inopportuno condividere la questione, anzi serve più filosofia ovunque)

E’ tacito che tutti i genitori desiderino il meglio per i propri figli ma forse non è scontato che tutti i genitori desiderino diventare dei bravi genitori, non arrendendosi al proprio “sono fatto così” o al caso. Dobbiamo allora capire come valutare la nostra bravura e sopratutto cosa sia davvero il meglio per i ragazzi.
E qui entra in gioco il cosa pensiamo che siano i bambini, quali pregiudizi abbiamo su quello che pensiamo possano capire o realizzare, cosa vogliamo davvero da loro. Una domanda banale sarebbe: che diventino come noi? che ci completino? che fioriscano nella propria diversità?

Un aneddoto che mi aveva colpito molto è questo: già a pochi mesi dalla nascita, parlavo a mio figlio in modo normale, usando anche frasi complete, esprimendo pensieri, facendo domande, cantando storie. Sapevo che probabilmente non capiva tutto, ma ero sicuro che la vicinanza, la gestualità, il tono della voce, il cercare di usare parole chiare, fossero comprese dal suo sguardo attento. Un amico un giorno mi disse: “tu non gli parli inventandoti i versetti scemi che fanno quasi tutti con i neonati e che secondo me ritarda il loro sviluppo. Se solo imitassero quello che vedono, chi parla loro scimmiottando e sguanciottandoli veemente fa solo danni”. Ci pensai molto.

E iniziai a porre attenzione a cosa facevo e come mi relazionavo con quella piccola coscienza che si stava sviluppando, e ricordo il momento in cui realizzai che era molto più sensibile e intelligente di quanto avessi mai pensato, arrivando ad intuire quello che poi scoprii essere il principio della “pedagogia bianca”: un bambino non è una cosa da controllare e riempire di concetti e regole, ma una coscienza ed un’intelligenza in auto sviluppo, e l’ambiente circostante e la relazione con gli altri sono gli attori principali.
Non è neanche un “piccolo uomo in miniatura” come può essere un cavallino che appena nato è già quasi al galoppo.

Un antico detto tibetano che avevo letto da giovane che mi tornò fortemente: “un maestro buddista dice: datemi un bambino per i primi 6 anni di vita, poi potrete riprenderlo e farne ciò che volete”. Ovvero la coscienza base, i meccanismi mentali di relazione, connessione e risposta di un essere umano si formano nella prima infanzia e rimangono impresse in profondità caratterizzando tutta la vita.

Era quindi necessario saperne qualcosa di più e per quanto possibile fare attenzione. E forse anche studiare quei minimi elementi di pedagogia di cui mai nessuno parla, se non gli specialisti o i formatori di insegnanti.

Perché alle medie o alle superiori non ci fanno una serie di lezioni base di psicologia e pedagogia? Perché non ci preparano alla missione più critica per il mantenimento e l’evoluzione della nostra specie?

La tendenza a dare la responsabilità ad un generico loro è ancora radicata, quindi facciamoci carico in prima persona delle necessità collettive.

Approcci: riproduco, improvviso, studio

Generalmente quando non si sa fare una cosa, in questo caso come crescere un figlio, ci sono diversi approcci:

  1. cerco di riprodurre il modello con cui sono stato cresciuto io o che vedo fare da altri o che ho visto da qualche parte
  2. faccio come meglio credo, basandomi su un generico buon senso o pragmatismo, in pratica improvviso
  3. mi applico a studiare, leggo, mi confronto con altri, valuto con attenzione cosa mi è piaciuto e cosa no, osservo i figli e cerco di capirne i particolari bisogni
  4. probabilmente ci sono altri approcci ma ne ho trovati solo tre

Sono scelte che uno fa. Sebbene viviamo già tutti nell’era dell’informazione e la conoscenza è quanto mai diffusa e accessibile, non siamo ancora tutti degli abitanti consapevoli di questa era e del mondo dello studio. Non sappiamo ancora tutti che ormai la vita è un continuo studiare e ricreare.
Ma più che studiare libri, basterebbe applicare il principio dell’avere cura: avere cura di sé e degli altri.
Si inizia semplicemente con il fare attenzione.
Ma se fare attenzione costa energia, serve una ricompensa energetica gratificante, e questa può arrivare dalla connessione emotiva e intellettuale con gli altri, con la consapevolezza di fare qualcosa di valido.
Se poi uno riesce a liberarsi un po’ dalla seriosità della vita e dai ruoli prestabiliti della società, tipo “il padre deve essere autoritario e pretendere rispetto”, “la mamma deve essere sempre disponibile” etc, si può iniziare anche a giocare un po’ e trovare divertimento senza il timore del giudizio esterno.

Il divertimento e il piacere nello stare insieme è probabilmente un buon indicatore di essere sulla strada buona. Ma non bisogna illudersi di riuscire a diventare un “genitore perfetto”, né che esista davvero il famoso “libretto di istruzioni”. Come ci racconta meravigliosamente Bettelheim, noi saremo sempre genitori “imperfetti” e non ci sono regole universali, se non quelle di cercare di stare vicini, attenti, dinamici.

Scuola e famiglia e virtuale

Per diversi motivi la scuola non è più il solo ambito di formazione ed educazione.
Forse lo era una volta, ma oggi con la pletora di contenuti multimediali, ambiti extra scolastici, alta formazione dei genitori e sopratutto un sistema scolastico rimasto un po’ indietro rispetto al mondo contemporaneo, l’ambito famigliare è altrettanto importante, forse centrale, nei primi dieci anni di vita dei ragazzi.

La scuola più o meno tradizionale è sicuramente l’ambiente per imparare le conoscenze base e sviluppare (o testare) le relazioni sociali, ma tutto il mondo delle “competenze” e delle “soft skills” (ovvero più caratteriali, di atteggiamento, di visione, di risposta) si sviluppa ovunque, sopratutto a casa.

Chi non delega o non vuole delegare tutta la formazione dei propri figli agli insegnanti si ritrova a considerarli come i migliori “collaboratori”, consapevoli che ognuno è un attore protagonista importante.
Non posso negare che questo approccio non è molto diffuso, e sono ancora molti a biasimare i docenti scolastici di non essere abbastanza bravi per i propri figli (è vero, a volte ci sono docenti non molto “attuali”, ma quasi sempre è uno scarica responsabilità per le proprie inadeguatezze genitoriali).
Mi piace ricordare alcune tradizioni antiche o aborigene, dove i figli avevano tanti padri e madri quanti gli abitanti del villaggio, ognuno in grado di dare o insegnare qualcosa.

Al mondo scolastico e a quello famigliare dovremmo poi aggiungerne anche un terzo: quello virtuale, sempre più immanente e persuasivo, sociale, dove fare e ritrovare gli amici, nuovi educatori (youtubers in primis), esperienze immersive formative e informative, è il mondo in cui i ragazzi passano, e passeranno, sempre più tempo.
Un mondo così nuovo che davvero in pochi riusciamo a tenerne il passo, ma che conviene conoscere, studiare, cavalcare perché se è vero che ci sono molte insidie, sopratutto psicologiche e sociali, molte di più sono le virtù. E’ una risorsa rivoluzionaria che sta trasformando tutto e non va limitata per ignoranza, ma valorizzata con consapevolezza.

Il dialogo con i figli

Sarà per socratica memoria o per un reale interesse a sapere cosa pensa l’altro, ho sempre considerato il dialogo la più interessante forma di comunicazione. Iniziare a parlare all’altro con una domanda o una considerazione seguita da “cosa ne pensi?”
O forse è il mio lavoro di game designer che gira sempre intorno al creare spazi e situazioni in cui il giocatore deve fare qualcosa, deve esprimersi in tema.

Non è facile entrare nella dimensione del dialogo, sopratutto se si cresce con dei media passivi/lineari (tv, libri) o nessuno si apre con te alla pari, scendendo al tuo livello, l’autore che dialoga con il lettore, il regista con lo spettatore, il maestro con l’allievo. Ma quando si inizia a farlo ci si accorge che le considerazioni e domande che si fanno all’altro si fanno anche a se stessi, e il dialogo diventa un momento di auto-formazione reciproca.

Un dialogo non finisce mai, può interrompersi, ma riaccendersi anche dopo settimane. Alcuni sono durati anni e hanno toccato tutti i temi possibili: dalla tecnologia dietro il gas che scalda il latte a colazione al perché la scuola si chiama “pubblica”, da cosa ci motiva a studiare qualcosa al perché un gioco piace e un altro no, perché un bambino si atteggia a bullo a cosa c’è ai confini dell’Universo.

Spesso trascriviamo i nostri dialoghi più interessanti, come raccolta personale o per condividerli con amici (per l’idea che tra genitori è bello scambiarci esperienze, aneddoti e idee creative. è una forma di aiuto reciproco).

Non mi sorprende che la tecnica del dialogo sia sempre più considerata in pedagogia: gli effetti sullo sviluppo del linguaggio e sulla capacità di ascolto e ragionamento sono davvero sensibili.

I momenti più favorevoli per i dialoghi sono per noi le colazioni commentando un sogno o idea notturna e sopratutto i pranzi, dopo una mattinata a scuola, prendendosi quella mezz’ora di tranquillità senza troppe altre distrazioni.

Il gioco in famiglia

Un giorno pensavo che l’“arte del dialogo” non è facilissima per tutti, ci si può avvicinare, tentarla, ma servono effettivamente molte virtù personali e interessi per svilupparla, non ci sono regole, non è che dici “dai apriamo la scatola del dialogo e chiacchieriamo su come stiamo”.
Ma ci sono invece scatole molto facili da recuperare e da aprire, e che in un istante ti catapultano in un mondo coinvolgente, divertente, stimolante: le scatole dei giochi.

Qui devo premettere due particolarità: 1) sono figlio degli anni ‘80 e la dimensione ludica (iniziata con la mitica “scatola rossa” di Dungeons and Dragons e il Commodore 64) ce l’ho un po’ nel paesaggio di formazione, ma questa cosa è oramai abbastanza condivisa da molti neogenitori, 2) non ho mai smesso di giocare e questa cosa forse non è ancora così diffusa, salvo quelle aberrazione che oggi vengono considerati giochi, ma che invece è solo azzardo e speculazione psicologica.

In casa nostra un videogioco non è un “giochino” brucia tempo e un nuovo gioco non aspetta un compleanno o Natale, perché consideriamo il gioco l’esperienza più formativa e socializzante che ci sia.
Che sia fatto da solo o in compagnia, che sia analogico o digitale, competitivo o cooperativo, privo di regole (giocattolo) e che necessiti la lettura di 20 pagine di regolamenti, che duri 5 minuti o due ore, che sia mentale o motorio, creativo o logico, su un prato o su un tavolo, da immaginare nella mente a occhi chiusi o che inganni la mente (realtà virtuale), un videogioco di combattimento a due o un’esplorazione di un mondo di fantasia tutti insieme… lo spazio ludico è davvero sempre più vasto e chi inizia ad esplorarlo con interesse può davvero giovarne molto.

“ma bisogna avere il tempo per giocare e conoscere i giochi più adatti!” mi commentano diversi colleghi genitori. Ma nessuno obbliga le famiglie a stare la sera davanti alla TV anziché davanti ad una escape room da tavolo, e ci sono ormai numerose risorse per trovare ottimi giochi per ogni fascia di età e interessi. L’unica cosa che non si può comprare è la … volontà di giocare, sopratutto con i propri figli.

Invece questa distanza tra mondi e generazioni è bene accorciarla perché giocando insieme, ripetendo queste esperienze divertenti, si creano quei contesti per conoscersi, mettersi alla prova, costruire dialoghi, avere ricordi su cui tornare e sviluppare tutta una serie di competenze che sono molto importanti, ad esempio capacità di analisi e pensiero, autocontrollo, fiducia in se stessi, creatività, rispetto delle regole, accettazione del fallimento e imparare dagli errori.
C’è molta letteratura per approfondire, ma il punto fondamentale è ribadire la possibilità e forse la necessità di sviluppare la dimensione ludica anche all’interno del contesto famigliare e genitoriale.

Per una generazione planetaria e umanista

Con la prima osservazione orbitale della Terra e con il primo messaggio Internet l’umanità ha iniziato il prossimo passo mentale evolutivo, ovvero diventare una civiltà planetaria. Anche materialmente la velocità ed economicità di spostamento di cose e persone sta sviluppando ambienti multiculturali e si vedono già degli effetti di sintesi nelle nuovissime generazioni.

Ci sono ancora mille problemi, di cui molti nuovi, ma la velocità di diffusione della conoscenza e dell’informazione, oltreché delle risorse, è di buon auspicio per una diffusa e crescente cura per i nostri figli e per gli altri.

Se molti precedenti valori assoluti si stanno sgretolando, compreso il mito del denaro, una nuova sensibilità che potremmo definire “umanista” si sta muovendo in ogni campo sociale, culturale e politico. Si sta anche ri-scoprendo quanto il mito dell’individualismo sia controproducente e che fondamentalmente siamo molto più altruisti e sensibili di quanto vogliamo farci sembrare.

Iniziando fin dai primi anni a “prendersi cura” dell’altro, considerandolo come un essere umano integrale e non più come una futura risorsa meccanica, stiamo iniziando a far emergere gli “individui planetari” che guideranno il futuro.
E’ forse la missione più gratificante per i nuovi papà e mamme.

Bibliografia

  • Bettelheim B., Un genitore quasi perfetto
  • Cambi F. , Relazione educativa e ruolo del dialogo
  • De Koven, Buon Gioco
  • Morin E., I sette saperi necessari all’educazione del futuro
Stefano Cecere
Stefano Cecere
Ricercatore, Sviluppatore, Educatore, Attivista, Umanista, Papà.

Ricerco, Sviluppo e Condivido nell’intersezione tra Giochi, Educazione, Tecnologie Digitali, Creatività, Filosofia Umanista per una Politica Progressista 2050. E papà 2x

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